Dopo aver raccontato in Viaggiatori straordinari le storie e le avventure degli esploratori italiani che nell’Ottocento si lanciarono alla scoperta del mondo, nel suo nuovo libro Andavamo per mare Marco Valle si concentra sulle scoperte e sui sogni dei nostri grandi navigatori.
La prima parte del libro, edito da Neri Pozza, fa da trait d’union con il precedente in quanto i capitani coraggiosi di cui si apprendono le gesta sono al tempo stesso marinai ed esploratori, a cominciare da Cristoforo Colombo, lo scopritore per eccellenza.
Il retroterra è costituito dai viaggi incessanti, prima nel Mediterraneo e poi oltre lo stretto di Gibilterra degli equipaggi delle repubbliche marinare di Amalfi, Genova, Venezia, Pisa e degli altri centri rivieraschi come Ragusa di Dalmazia, Savona, Gaeta, Trani, Nola, Ancora.
In «uno sforzo corale – come lo definisce Marco Valle — che attraversò i secoli proiettandosi nel Duecento al di là delle Colonne d’Ercole, verso l’impossibile, l’irraggiungibile».
Tra loro l’ammiraglio Benedetto Zaccaria, l’imprenditore, diplomatico e un po’ corsaro che aprì la «rotta di ponente» e gli altri genovesi: Antoniotto Usodimare, i fratelli Ugolino e Vadino Vivaldi, Lazarotto Malocello.
Non da meno furono i veneziani: Alvise Da Mosto — il primo a raggiungere il Senegal e a identificare la Croce del Sud, che nell’altro emisfero svolge la funzione della Stella Polare —, i fratelli Niccolò e Antonio Zeno, lanciati all’esplorazione delle isole del circolo polare artico.
Colombo, Vespucci e gli altri
Dopo i viaggi di Colombo, vennero le imprese di Amerigo Vespucci, scopritore della parte nord del continente che porta il suo nome, e di una schiera di navigatori italici tra i quali i due Caboto, Giovanni e Sebastiano, con i loro viaggi in Oriente e in Sud America; Giovanni Verrazzano esploratore dell’Hudson, ovvero il primo a navigare intorno all’isola che diverrà prima New Amsterdam e poi New York.
E ancora Leon Pancaldo, Giovan Battista Pastene, Alessandro Malaspina e molti altri che il racconto di Marco Valle ha il merito di far uscire dall’ombra di una conoscenza limitata a una ristretta cerchia di specialisti.
Gli italici navigarono per tutti i mari, ma sempre sotto altre bandiere: Spagna, Portogallo, Francia e Inghilterra. La supremazia delle città marinare italiane era inevitabilmente venuta meno con l’apertura delle rotte atlantiche.
Andrea Doria e Uccialì
Accanto ai navigatori-esploratori Andavamo per mare racconta anche le vicende di due valenti navarchi italiani, l’ammiraglio genovese Andrea Doria che combatté ripetutamente contro le flotte ottomane partecipando nel 1571 alla battaglia di Lepanto e, nel campo avverso, il calabrese Giovan Dionigi Galeni. Fatto schiavo dai Saraceni, Galeni abbracciò la nuova fede e con una formidabile ascesa divenne comandante supremo della flotta musulmana con in nome di Uccialì.
La grande stagione dei navigatori italici si esaurì con l’inoltrarsi del Seicento, un secolo d’arretramento e declino per l’intera penisola, che da paese ricco e sviluppato in poche generazioni era diventato una terra povera e arretrata.
Nell’800 l’Italia riprende a navigare
L’Italia tornò ad affacciarsi sul panorama internazionale nell’Ottocento, con la crescita del ruolo del Piemonte e poi con l’unità d’Italia.
Nella seconda parte di Andavamo per Mare, Marco Valle spiega il ruolo di Cavour, dell’ammiraglio Thaon de Revel e di Garibaldi, per passare poi al contributo dell’Italia alla «stagione dei transatlantici», alle imprese militari di Luigi Rizzo, Teseo Tesei e dei sommozzatori italiani nel secondo conflitto mondiale. Tra questi Agostino Straulino che alle medaglie belliche aggiungerà nel dopoguerra gli ori olimpici e i titoli mondiali conquistati nella navigazione a vela.
Andavamo per mare è dunque un lungo viaggio tra le onde e tra i secoli, «ritmato da imbarchi e sbarchi, naufragi e tragedie, scoperte e fatiche, e illuminato da personaggi magari stravaganti, forse eccentrici, ma sempre interessanti e molto inquieti». Un viaggio che merita di essere percorso.
Vincenzo Fratta
Marco Valle
Andavamo per mare
Neri Pozza, pp.328
